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sabato, 16 settembre 2006

soffiasse davvero quel vento di scirocco.

mauro (ste chiamami dai)da quando ho scoperto che la verità anche la mia non è solo dolore gli stati di profonda concentrazione mi servono soltanto per annullare ogni qualsiasi emozione analizzare e distruggere. il cibo non è mio amico né amante ma solo un anestetico meccanico di chimica mi resta quella di saliva e succhi pancreatici non so se poi ne ho mai davvero conosciuto altre. da quando ho imparato a dirmi sto male ho escogitato un ragionamento automatico che mi porta direttamente a una verità né comoda né vera, solo un po' più dura. l'alcol non è mio amico né amante è solo una comoda stronzata che mi lascia così. prego di sanguinare, prego cotone inzuppato, assorbente però
sanguinare.
urlando odio.

postato da: curlysurly alle ore 21:50 | link | commenti (5)
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venerdì, 15 settembre 2006

Redenzione.

All’oppressione, allo sfruttamento, alla violenza ognuno reagisce come può.
C’è chi soffre, chi si dispera, chi si ribella. A me…
… è venuta la colite,
ho lo spasmo intestinale,
forse non ci crederete
ma non è un caso personale,
non digerisco nemmeno il sistema,
non so se capite l’urgenza,
siamo già in molti,
è un grosso problema
la nostra colite che avanza.
 
quando
più so che in sostanza me ne frego
più cresce il dubbio che me ne interess(ere)i.
 
1/ Quand tu m'ACCOSTES et que je repond pas, tu dis que je me prend pour une BOMBE.
2/ Quand je m'arrete et te REPONDS, tu me catalogues comme une fille FACILE.
3/ Quand je te donne un faux NUMERO, tu dis que je suis une CONNASSE.
4/ Mais si je te donne mon PHONE, tu me prends pour une PETASSE.
5/ Quand apres un rdv sans arriere pensée je te dis que j'ai deja un mec et qu'on peut rester AMI, je suis une SALOPE.
6/ Quand je recale ton BISOU, je suis une GAMINE.
7/ Quand finalement tu m'EMBRASSES et passe ta main sous mon t-shirt, tu te dit "oh la CHIENNE"!
8/ Quand je te dis je t'AIME, tu te dit "oh la MONGOLE, je vais me la faire"!
9/ Quand je m'en prend a tes pervers de POTES, tu te dit quee je suis une JALOUSE.
10/ Quand je te dit des REPROCHES, je suis RELOU. 
Alors Je Fais Quoi???!!!
  
quando sono così stanca di questa compulsione a scrivermi addosso
da non riuscire più a scrivere qualcosa che non mi provochi un nauseabondo fastidio
quando tutto si fa confusamente chiaro e mi scrollo da dosso
quello che di mio non è mio anche se non lo so distinguere
quando mi rimane tutto malamente appiccicato sopra come un arlecchino espressionista
e niente accade veramente se ti guardi mentre la guardi accadere
quando è così penoso il livello di concentrazione che riesco a raggiungere
ma lo ricerco per ore appena mi accorgo di averlo dissolto nelle corse e nei discorsi asettici
quando so quello che voglio ma me lo figuro come
respirare vomito nei singhiozzi di una risata strozzata
quando a furia di scrostarmi da dosso le definizioni di altri
mi adatto a quelle come lattice a zigzag
quando sono esattamente al punto in cui non vedevo l’ora di essere
ma ho paura di starmi avvicinando al punto di sublimazione
quando si sta gonfiando fino a riempire ogni angolo
il punto dell’imperativo morale montaliano
quando mi sopporto quanto l’odore dell’altrui merda.
 
E noi colitici,
un po’ individualisti ma simpatici,
insieme diventiamo più politici
ma democratici.
 
Ci organizziamo ed uniti marciamo
sicuri del successo,
 
coro: sicuri del successo…
al cesso!!!

postato da: curlysurly alle ore 13:19 | link | commenti (1)
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giovedì, 14 settembre 2006

rischio

lacrime per un cappuccino scambiato
sa tontesa regna e mi consuma
abbozzo occhi svegli mi tradiscono le occhiaie.
 
sono giulia ho 14 anni e ho la maglietta gialla
sono giulia ho 65 anni e non faccio altro che prelievi
sono giulia ho 7 anni e faccio le boccacce
sono giulia ho 18 anni e sono una dark lady
sono giulia ho 87 anni e sto per morire
sono giulia ho 21 anni e sono esaurita

postato da: curlysurly alle ore 13:11 | link | commenti
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lunedì, 11 settembre 2006

Anima Legata.

[ogni tanto mi succede
di aspettare un segnale
una luce o forse il buio
non dovere più cercare
qualcosa, che chissà cos'è
che spinge un poeta ad ubriacarsi
o due che erano insieme a non amarsi più
qualcosa, e chissà se c'è
che ti fa lottare nella notte per dormire
 ossessione di partire, andare lontano e non tornare
cercare un posto dove non c'è
il terrore di morire, la fatica per respirare
creare un'altra identità]
 
quando chi dice di mentire non mente
perché se mentisse direbbe la verità e se dicesse la verità la direbbe.
 
quando a non dire I LOVE AMERICA l'undici settembre è da pazzi delinquenti deficienti.
quando qualunque dire è un'ostentazione maniaca del protagonismo.
quando io passo da londra tra una settimana e vaffanculo se non mi fanno ripartire con tutti i miei bagagli.
quando è proprio il cuore quello del fiore e dell'amore che chiede una lista di bene e male.
quando hai il colesterolo alle stelle e l'aorta magari un po' intasata.
quando sei sana come un pesce e stai masticando una delicata e preziosa sogliola alla parmigiana.
quando la fissazione dell'Altro ti pesa come il tonno bollito condito con olio aceto cipolle e fagioli.
quando a rassegnarti a non poter essere dolce né densa ci potresti guadagnare in budini.
quando chi dice la verità non esiste mente perché se fosse vero ci sarebbe una verità e se non lo fosse esisterebbe.
quando da tutte le parti ti arrivano verità e tu ti apri a stella per agguantarne almeno una.
quando una stramazza contro le tue tempie mentre sei in macchina e te la figuri ornata di arabeschi per camuffarne il significato odioso.
quando sei piena di stronzate e le chiami stanchezza cosmica.
quando non ha senso cercare un senso e quando è inutile valutare in utilità.
quando perché parli sei pazza.
quando chi è pazzo non se ne accorge e dunque vedetevela voi. 

postato da: curlysurly alle ore 15:03 | link | commenti (4)
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domenica, 10 settembre 2006

devo ricordarmi

di dimenticare di ricordarmi.


postato da: curlysurly alle ore 22:10 | link | commenti
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giovedì, 07 settembre 2006

i DS ai comunisti!!

è solo un sette settembre
che non voglio lasciarmi scivolare addosso.
lo scrivo, lo segno, lo attorciglio.
un giorno di una salita assolata
e di quelle mie vecchie girandole.
e mi verrebbe un grazie
[è già come un film di david lynch.
o forse ci sono dei fili che sono logici
come i più disciplinati sillogismi
ma io non me ne accorgo e li chiamo
i n t u i z i o n i .]
:::per te e per me:::
 
 
Quando il bambino era bambino, si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte e con il cavolfiore bollito. E adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità. Quando il bambino era bambino, una volta si svegliò in un letto sconosciuto, e adesso questo gli succede sempre. Molte persone gli sembravan belle, e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna. S'immaginava chiaramente il Paradiso, e adesso riesce appena a sospettarlo. Non riusciva a immaginarsi il nulla, e oggi trema alla sua idea. Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e adesso è tutto immerso nella cosa, come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

 

 È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.

(Il Pci ai giovani!!, Empirismo Eretico, Pier Paolo Pasolini)


postato da: curlysurly alle ore 22:53 | link | commenti (9)
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mercoledì, 06 settembre 2006

Rifiuti.

ti metti ad odiare i numeri pari.
lo innalzi a rifiuto della irrazionale geometria di tuo padre.
conti 2 4 6 8 10 12 14 16 18 20 e li odi,
conti fino a quando non ci sarà più soltanto il suo immediato trovare una colpa,
ma anche la sua limpida sincerità e la sua ossessionante onestà,
non più soltanto il suo orgoglio e i suoi silenzi,
ma anche il suo sogno e la sua timidezza,
non più soltanto le sue urla per niente,
ma anche i suoi giochi e le sue paure.
e comunque continua a non piacerti l'UNO,
come il prezzemolo sulla bistecca, la spina che si conficca nella gengiva.
trovi il TRE ridondante,
come la pizza con panna e gamberetti, la cocacola, l'insalata russa.
il CINQUE lo aboliresti, come il liquore delle torte importanti.
il SETTE però è già poesia,
la zuppa calda di cipolle, le more dai rovi, le patate coltivate senza acqua fatte arrosto.
se l'UNDICI è democrazia, e il TREDICI è già solidarietà,
il DICIASETTE, come l'arancia con la mozzarella, gli gnocchi con le prugne,
è fratellanza.
il DICIANNOVE è il caffellatte bollente e gli abbracci, la pasta con le sarde,
le mandorle tostate, il cavolfiore con la besciamella, la pasta al dente al burro,
è dolcezza e pazienza,
sono mia mamma e mia nonna che mi danno gli asciugamani più chiari,
è la crema di nocciole, i culurgiones con la salvia, il pane croccante con l'olio d'oliva,
la camomilla con il giusto miele, la noce moscata nella ricotta, i fiori di zucca fritti,
è attesa e possibilità.
(anche il 23 il 27 il 31 hanno la lorò dignità
come la liquirizia, il caffè, le ciliegie)

postato da: curlysurly alle ore 16:34 | link | commenti (1)
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domenica, 03 settembre 2006

Quello Che Non...

"Non c'è solo il vento", diceva, "anche la luce può portarti via,
se hai tempo da perdere e dentro la giusta elettricità,
e se da sempre ti aspetti un miracolo."

a caccia di non sopporto ho rintracciato l'attaccamento alla vita.
ma non sarò certo io, a dichiarargli guerra, eppure potrei cercare
chi ha il proiettile pronto chi ha tutta una raffica di colpi
pronta col mio segugio fido fiuto
il mio rambo.
l'eroe senza calzamaglia, senza pretesti e nessuna pretesa
di apparire uomo, di coltivare femminilità, di ottenere
donne, successo, essenza.
l'eroe a viso scoperto, senza risatine sotto i baffi,
che non si ingegni per dimostrare che dio è morto,
e che non si abbandoni a nessuna morbida astratezza indolente.
l'eroe senza simboli che trasmetta
non sicurezza non passione non sogno
ma che contagi e che assorba.
l'eroe che non ammalii e che non ammali
con tecniche cinematografiche e con insulti paranoici malcelati.
l'eroe reale ma senza balli scarpette spadini e gioielli
l'eroe senza frottole e senza leggerezze
l'eroe irregolare che non insegua né fugga.
l'eroe che non sia avidamente attaccato alla vita.
e non è l'uomo che cammina sui pezzi di vetro, non è Arcadio né aureliano,
non è il rivoluzionario che rinuncia al riposo e sopravvive, né Dean Moriarty,
non è don chisciotte né il macchinista ferroviere lanciato a bomba contro l'ingiustizia,
non è la voce di capitan findus di diego cugia, non è il fantasma delle tre,
non è chi vagava per i campi del Tennessee e soprattutto non sei tu.

postato da: curlysurly alle ore 00:57 | link | commenti (7)
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giovedì, 31 agosto 2006

Sera mejor la vida que vendra

ovvero: de ponerme nostalgico y de tener la sensacion de haber nacido fuera de tiempo.

A conquistar nuestra felicidad
y en un clamor mil voces de combate
se alzaran, diran,
cancion de libertad.


postato da: curlysurly alle ore 22:06 | link | commenti (3)
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domenica, 27 agosto 2006

Analisi

basta col passato, è bruciato
scusa, scusa se ho portato anche lei
ah ah ma mi si è attaccata, al braccio,
cosa vuoi
non temere non da fastidio
quando piange poi c'è il rimedio
giuro niente sesso solo un pò
parte il treno e parte con noi
d'improvviso io scenderei... 
x² - y² + z = 0
x d'estate aveva passato 4 giorni da leone in una casa in costa smeralda, poi lei, che si chiama sara, era dovuta tornare nella sua casa a firenze e non avevano potuto mettersi insieme, io da x mi facevo coccolare di sguardi e poi partivo con i miei show deliranti e lui continuava a guardarmi calmo senza dire una parola io lo odiavo poi dopo un'ora di grida piagnucolii e insulti gli chiedevo scusa.
y che voleva una ragazza ne aveva scelta una perché l'altra, che si chiama francesca, doveva partire per un viaggio e non sarebbero potuti stare assieme, io con y mi dimenticavo di mangiare, nel frattempo mi faceva pesare che non ero magra quanto lei, e che le mie velleità di viaggi e partenze erano stronzate, quando io non riuscivo a parlare y mi odiava e se ne andava allora io smettevo di singhiozzare isterica e ricominciavo quando tornava perché non riuscivo a parlare e mi odiava.
z quando bush aveva cominciato a cercare bin laden aveva avuto paura che bombardassero la sua casa senza che lui avesse avuto prima il tempo di ricercare quella ragazza che qualche anno prima aveva un così buon odore, poi si erano baciati ma non erano potuti stare assieme perché non avrebbero più vissuto nella stessa città, io z credevo di averlo già incontrato e mi immaginavo mondi paralleli, vite precedenti, sogni condivisi, quando con z mi imparanoiavo mi odiavo tanto da imparanoiarmi di più.
la soluzione esiste ma si arrotola.

postato da: curlysurly alle ore 15:27 | link | commenti (1)
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giovedì, 24 agosto 2006

Libera Nos Domine

Ho baciato in bocca la morte tesoro
e adesso non posso guardarti
e nemmeno toccarti
e quando sarò finalmente imbottità di sorrisi forzati, zeppa di sguardi di sufficienza, sfinita dalla mia gelosia, nauseata dalle mie esclamazioni, snervata da ogni entusiasmo dovuto, annoiata da ogni finta essenza, stufa scotta di paroline senza significato.
allora mi trasformerò gradualmente. dimagrirò come un cencio, si infosseranno gli occhi, si rassoderà la carne, la pelle sarà sempre più liscia, fino a quando non si vedrà più nemmeno un'imperfezione, e nessuna benché minima sporgenza sarà percepibile al tatto, falange falangina e falangetta, gomiti spalle sedere ginocchia, avrò una carnagione talmente cianotica che nessuno si preoccuperà più perché sarò finalmente un elastico.
mi allungherò fino a toccare ogni lembo di cielo, con uno scatto tornerò floscia per fare pipì.
mi tenderò per capire le ragioni di tutti, velocemente mi allenterò quando cominceranno ad assomigliarsi tutte convergendo in quella ultima.
comprenderò il linguaggio della terra, delle foglie, delle Radici, di ogni sasso e nuvola, del sole, della rugiada, mi affloscierò proprio quando loro cominceranno a capire me di lacrime, carezze picchiate, silenzi e sussurri instabili.
scivolerò nel passato, nuoterò con jeff buckley, striglierò il cavallo di napoleone, dondolerò col che in un'amaca, massaggerò la gobba di leopardi, passeggerò con socrate, assisterò allo stupore del primo fuoco, mi farò adottare dagli occhi della morante, tornerò molle solo quando studio aperto userà bambi come sinonimo di cerbiatti, giusto in tempo per spegnere ghignando.
mi tenderò di nuovo per essere il vento che trasporta gli odori, che feconda i fiori, che fischia senza possibilità di tregua, urlerò e non sentirò più nient'altro, non le barzellette, le malattie, le giustificazioni a se stessi, l'angoscia, le spiegazioni fasulle, le dipendenze, le domande di rito, la depressione, i rimproveri annoiati, la paura, le affermazioni diplomatiche, la rabbia, mi allenterò solo quando anche l'inerzia tornerà immobile, un attimo prima di spezzarmi, rigida.
sarò grande e piccola, sarò realista e sognante, sarò scattante, imprendibile, instancabile.
scapperete da me, o vi proteggerete la faccia con una mano.
riso e tremori non saranno più distinguibili in un unico leggerissimo e assordante vibrare.

postato da: curlysurly alle ore 15:09 | link | commenti (4)
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mercoledì, 23 agosto 2006

Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

postato da: curlysurly alle ore 22:55 | link | commenti
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lunedì, 21 agosto 2006

(eternal) sunshine of the SPOTLESS mind

non si può chiedere chi sei
si può venire qui e guardarmi
la pelle pallida gli occhi lucidi
i capelli secchi le dita che grattano
che portano alla bocca cibo che assillano ciocche morbide.
si può venire qui e leggermi le poesie di montale prima di dormire
o i racconti di gramsci o gli articoli del codice civile.
non si può chiedere chi sei
si può venire qui e tenermi le mani
non lasciarle se non reagiscono
non lasciarle se ti carezzano.
si può venire qui e prepararmi un pranzo da mangiare con le mani.
venire qui e schiaffeggiarmi sempre più forte.
non si può chiedere chi sei
non si può chiedere cosa hai
non si può chiedere posso baciarti
non si può chiedere di non pensare.
si può venire qui e portarmi fuori un po'
senza continuare a parlare di chi non c'è.
venire qui e lasciarmi singhiozzare
e poi salutarmi dicendomi che ce n'è ancora

postato da: curlysurly alle ore 23:00 | link | commenti (4)
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giovedì, 17 agosto 2006

Atto unico: TEMPI

(di Johnny Svevo)
 
(metafora sul rifiuto del ricordo in funzione di squallidi utilitarismi)
"Fumi? "
"Da quindici anni ormai."
"No dico, vuoi una sigaretta?"
"Sì, grazie."
"L'accendino ce l'hai?"
"No, non ne ho mai posseduti."
"Ne vuoi uno?"
"Per cosa?"
"Per accendere la sigaretta."
"Sì, grazie... cosa devo premere?"
"Vuoi che te l'accenda io ?"
"Cosa."
"La sigaretta."
"Volentieri..."
"Dammela."
"Perché?"
"Per accenderla, lo hai detto tu, no?"
"Lo avevo detto, amico, lo avevo detto, il passato non conta per me..."
"Vuoi che l'accenda o no?"
"Ma cosa diavolo vuoi accendere?"
"La sigaretta che ti ho offerto?"
"Quando?"
"Poco fa, pochi istanti fa."
"Sono un uomo alla moda, vivo nel presente, nell'oggi, nell'ora..."
"Non vuoi più la sigaretta?"
"Non la volevo più, caro mio, adesso invece la desidero con tutto il cuore..."
"Ecco, bene, allora la accendi tu o lo faccio io?"
"Cosa devo accendere? Sii chiaro, te ne prego, cerca di essere chiaro il più possibile..."
"Ti chiedevo se volevi accendere la sigaretta che ti ho offerto."
"E quando?"
"Poco fa, poco fa!"
"Il poco fa non mi appartiene, io vivo il mio tempo, sono uomo del mio tempo, solo grazie a questo requisito posso giudicare la società contemporanea..."
"Quindi non vuoi più fumare?"
"Certo che sì! Ma voglio fumare adesso non ieri, non poco fa..."
"E allora?!!? Accendi quella cazzo di sigaretta adesso!"
"Non vedo tutta questa fretta... posso farlo con calma... il presente va gustato... l'attimo goduto."
"Appunto tieni l'accendino e goditi questa bella fumata."
"E cosa pensi che debba fumare io eh? L'aria? I batteri? La camicia che indosso? I tuoi sandali?"
"No, fuma la mia sigaretta! la mia sigaretta, quella che hai in mano!"
"No, essa ha fatto il suo tempo... la rinnego... non voglio contaminarmi con il ricordo, con la fasullità del trascorso, essa già più non mi appartiene..."
"Che vuoi allora? Cosa vuoi fumare?"
"Una sigaretta del presente... se avessi la gentilezza di offrirmene una..."
  
in una maglietta bianca
ho sognato la verità
ora non correre non ridere
non credere
che l'amore non si possa
leccare

postato da: curlysurly alle ore 22:55 | link | commenti (5)
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mercoledì, 09 agosto 2006

Almost blue

Flirting with this disaster became me
It named me as the fool who only aimed to be
Almost blue
It's almost touching it will almost do
There's a part of me that's always true..
.always
 
mi vorrei personaggio di romanzo.
i libri hanno sempre l'ultima pagina.
sfogliarla mi atterra ogni volta.
l'accarezzo, a volte piango.
anche io mi esaurisco.
sei solo chiacchiere, sorniona.
mi turba solo che te ne sei accorto.
ora che te l'ho detto sono già lontana.
 
volevano che scrivessi un racconto
che iniziasse con si apre il sipario
le targhette delle sedie luccicavano
la platea era deserta
non parlarti addosso.
diventavo io invece
e mi spogliavo sul palco
doveva essere una metafora
ma nemmeno nei sogni migliori.
 
volevano ammettessi che la mia vita
è perfetta.
non fare la vittima.
a non sentirmi tale
ho come paura significhi rassegnarmi totalmente.
nuotare felice in questa merda?
resto triste, galleggio.
 
voglio fregarmene di chi capisce questo andare a capo.
e gli fa un po' pena.
al telefono emanavi una tristezza enorme.
mi interesserò solo quando mi parlerai di compassione.
 
vorrei smettere di ascoltare questa tatranky
ora che ho perso il conto di quante volte è passata
mi chiedo se questo capolinea mi commuove solo per questo sottofondo
almeno perché mi commuove da pazzi anche questa lettera.
non farò partire una canzone arresa, perché non c'entra nulla
lascerò tatranky
aspettando di capire l'ultima frase.
capirla, masticarla, ingoiarla, digerirla, ...rla.
dev'esserci stato quello sbaglio da bambina,
già dio, se diamo retta al titolo.
non dire assoluto, mi fai paura.
 
vuoi la verità?
mi sto tremendamente sulle palle.
eppure ho già una giustificazione pronta.
la tengo come rete di funambola distratta.
se ti convincesse, diventerebbe volgare.
e dovrei cercarmene un'altra.
   
non ridere, rovini tutto.

postato da: curlysurly alle ore 23:37 | link | commenti (2)
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lunedì, 07 agosto 2006

Ylenia

*aveva appena compiuto quattordici anni e si era data completamente all'idea, un po' estemporanea, di cambiare il mondo*
 

E se una mano fosse tesa
al dolore che non vogliamo
forse capiremmo la solitudine altrui,
nella nostra.
Potremo inventarci vite perfette
distesi su divani di ipocrisie
e illanguidirci su facili orizzonti.
Ma il cielo non verrà a noi.
Potremo chiudere i pensieri
per non sentire chi grida aiuto,
per non vedere lacrime versate
e attraversare strade dimenticate.
Guardo la notte,
mille voci nell'oscurità e il mio cuore,
risponde,
umile e attento.
E incontro la mia mano
nell'infinito.


postato da: curlysurly alle ore 23:55 | link | commenti (2)
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mercoledì, 02 agosto 2006

*gli altri si cambino l'anima per meglio tradire per meglio SCORDARE*

E pensai voglio una speranza
una soltanto
e che "attesa non sia solo ricordo"
almeno fino a domani,
fino a domani.
 
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25 
qualche anno fa festeggiavo gli anniversari di ciò che sarebbe potuto essere. nel mentre scarabocchiavo pagliacci e maschere con fiori senza sapere perché. mi sarei detta fatalista se soltanto avessi già digerito il suo significato. un giorno mi sembrò di scoprire che sarei stata solo come mi sarei potuta dire, e conoscendo metafore e patologie avrei potuto conoscere me. non sapevo fosse solo un altro modo per calmarmi dall'ansia, e pensavo fosse per giustificare il mio esistere. nel frattempo che mi inventavo chiedendomi se lo facevo davvero, qualcuno cominciò a leggere mishima e pirandello. io invece no, ma già custodivo viaggio al termine della notte e due di due. e cominciavo a cercare un modo per salvarmi. pensavo mi potesse capire solo Ligabue, che però fa morire sia Freccia sia Libero. invece ora tutti me ne parlano. arte e natura per chi non dovesse trovare l'amore. lavoro e viaggi per chi gli è morto il padre. la Tua è tra queste.
non che abbia mai fatto un'elucubrazione sensata. almeno perché gli esempi restavano semplici intuizioni troppo complesse per poterle capire. nozioni di preistoria, immagini di romanzi, sangue di antenati, ricordi rimossi, immagini e parole fuori dal contesto, anni di telegiornali, chiacchiere intercettate appena. quando durante una di quelle piccole discussioni col professore di storia e filosofia, lui mi diceva di entrare io in un partito, e cambiarlo, io continuavo a fare l'Incazzata. ma appena tornata a casa mi rendevo conto che non avrei saputo minimamente da dove cominciare. non davo ancora il nome di intuizioni all'aria fritta, e un po' davo la colpa anche alla sua disillusione che si palesava nello scazzo con cui insegnava, appena temperato da una lieve speranza nelle generazioni future. me lo immaginavo dunque che riempiva il cuscino di lacrime quando la notte pensava alla mia classe. decidevo di iscrivermi in scienze politiche per capirci qualcosa, aspettandomi che avrei messo in ordine qualche vaga idea. ma non è ingegneria: nessuna regola fisica. anzi nessuna regola, o tutte, perché non esiste criterio di selezione che non dipenda da un altro criterio, dunque compagni e compagne, di classe, saggi voi.
e poi chi se lo immaginava. perché ok l'undici settembre e peppino impastato, ok la berlusconimania e la guerra del golfo, ok vietnam e pinochet, ok sudan e olocausto, ok il che in bolivia e il piano marshall, ok il minuto di silenzio per i 19 (28!) di nassiriya e carlo giuliani morto ammazzato, ok ok ok. ma oggi che moggi, che arafat e castro. che d'alema col cappellino come fini. oggi che è tutto galoppante tranne me e la *gente*. oggi che il popolo è quello del popopopopo. oggi che guerra è pace. che notizia è gossip. che democrazia è votare. che le alternative esistono ma soltanto nella testa, mia, e della gente. oggi che libano blair bisturi parmalat condoleezza putin rutelli indulto bertinotti antonella clerici. oggi come si può fare ...ordine? oggi io smetto di seguire tutto ché niente ci capisco. oggi che nessuno mi dice la verità e di storie preferisco quelle di garcia marquez e pennac. oggi che quando provo a guardare su indymedia chiudo sfinita e triste per come anche lì la verità è trattenuta, sebbene nel senso opposto. oggi che sarei anche disponibile a rinunciare alla verità, sentendomi alicenelpaesedellemeravigliemente faust, a patto di sapere quella contingente. oggi rinuncio rinuncio rinuncio e resisto resisto resisto.
rinuncio alla verità, resisto nella poesia. rinuncio alla totalità, resisto nell'emozione. rinuncio alla giustizia, resisto nella nausea. rinuncio alla dignità, resisto nel dubbio.
 
rinuncio al Sogno, resisto nell'Etica.
 
"Tutto quello che è interessante accade nell'ombra, davvero.
Non si sa nulla della vera storia degli uomini."
(da Viaggio al termine della notte)

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domenica, 30 luglio 2006

(((TESHIT UWALLU)))

cosa faresti, tu, se in un pullman affollato infilassero un portafoglio nella tua borsa, senza che nessuno veda, e gridassero alladro?
 
vorrei conoscere il linguaggio dei marinai, per saper dire di tensioni e allentamenti, saper stringere e sciogliere nodi speciali, distinguere quelli più adatti per ciascuna esigenza.
sarebbe comunque inutile, perché nemmeno io avrei voglia di ascoltarmi, ora. allora metto a tacere tutto il niente che mi rintrona. e anche se non fosse vero sono sogni e metafore visionarie. non decifro e gioco a immaginarmi in bilico su una linea a curve che separa il bianco e il nero, la luce e il buio, il sole e la luna, il maschile e il femminile, l'attività e il riposo. si insinua una giustificazione alla mia estraniazione quando non trovavo niente di meglio. che trovare alternative soddisfacenti. perlomeno nella dialettica. o nell'asprezza e nell'enormità del tutto, del sistema solare e della storia. ora, silenzio. ma solo per un attimo al risveglio dai sogni. ora, giardini d'oro e grate cortesi. ora, fine delle pretese e inizio dell'allucinazione perpetua. che in un ultimo sprazzo di lucidità potrei chiamare estrema abdicazione.
(potresti non credere alla lucidità se dico adbicazione, o potresti non credere che l'allucinazione non sia l'estrema lucidità).
 
diresti e insisteresti nel dire che non ne sai nulla, e che non c'entri niente.
piangeresti pregheresti bestemmieresti odieresti impazziresti.

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lunedì, 24 luglio 2006

È meglio chiamarsi Giulia o chiamarsi Giuliana ed essere soprannominata Giulia?

commossa da me stessa. da tutto quello che credevo di me. da come mi disprezzo. da come penso di non farlo. dai muri che erigo. dalla mia dolcezza. da come sono insopportabile. sono commossa da come mi alzo e me ne vado in lacrime. dalla mia distrazione. da pensieri che non riesco più a pensare. dai tagli netti che decido e non applico. da come dico grazie. sono commossa per come sono commossa ora. per i suoi occhi verdi, per la sua breve pazienza. per il suo gesto. per quello che vorrei ma non riesco a fare. più di due parole per frase. una semplice gentilezza. un semplice esserci. qui e ora. e non , domani. sono commossa da come mi faccio commuovere dall'aria mossa da un ventilatore. da come sono fragile. dalle mie occhiaie malate. dal mio visino piccolo. da come mi vorrei alta, e forte. da come non sono né quella che sono né quella che non sono. da me. da come riempio fogli che strappo. dall'intensità con cui faccio contorcere il mio stomaco due ore ferma immobile. da come smetto senza aver mai cominciato. da come rinuncio perché non sarà mai abbastanza. mi commuovono i toni della mia voce, la mia trasparenza, la mia serietà. mi commuove il mio qualunquismo e la mia non-personalità. mi commuove la mia tremenda paura dell'abbandono. mi commuove il mio innamorarmi di personaggi di aria e inchiostro. il mio limitarmi a esistere come loro, con solo una fiamma in più che brucia e consuma. mi commuovono i nomi che mi sono data. mi commuove l'appuntarmi sensazioni come se fossero grandi conquiste. mi commuovono le mie parole perse in elettricità, e quelle in inchiostro sbiadito. mi commuovo per come cerco una cura in tutto quello che faccio. come se fossi una malattia. io.
 
 

postato da: curlysurly alle ore 19:04 | link | commenti (6)
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domenica, 23 luglio 2006

E sangue su sangue e sangue su sangue soltanto.

Stai dormendo oppure fai finta anche tu?
Stai sognando? O stai pensando anche tu?
Che siamo chiusi in una scatola nera nessuno ci aprirà
Chiusi in una scatola nera nessuno ci libererà
Chiusi in una scatola nera che nessuno mai ritroverà.


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domenica, 16 luglio 2006

[margherite bianche tra i capelli neri]

Y desaparezco para perdonar todo
respiraré el olor de la tierra
y hablaré con una vieja
que no se acuerda ni de su nombre
pero sabe enseñarme a reirme de mí
quiero caminar descalza
Hasta cuando los zapatos sean un privilegio
quiero caminar descalza
   
mi farò crescere i capelli fino a cammuffare tutto la dentro. li farò crescere in larghezza. li vorrò così compatti che non mi permetteranno di sentire i commenti degli altri. fino a quando tutti parleranno di me almeno perché io non sentirò nessuno. coltiverò pensieri marci e carote lì sotto. li nutrerò di dolci acidi. ospiterò fantasie sconcie e blatte. terrò al caldo la rabbia e l'amore. si mescoleranno in una crema vellutata che leccherò dalle mie dita. legherò i sensi di colpa tra nodi e perline colorate. pure la gravità del cielo darà un senso al suo peso. negli anfratti dei ricci l'aria sarà più densa. e ci sarà un motivo per la stanchezza, per la schiena curva, e la difficoltà. impiegherò delle ore per asciugarli e ne approfitterò per piangere. copriranno le labbra e le dipingerò sgargianti. sarà tutto così sfocato che andrò a sbattere sui pali ma non mi farò più male perché loro attutiranno lo schianto. nei nidi tra i nodi i grilli soffocheranno. stremati aspetteranno l'inverno per desiderare una nuova estate. staranno un po' stretti ma non sarà poi così scomodo se con le formiche troveranno una regola, o una sana abitudine morale. non sarò mai più sola. li sentirò bisticciare e fare pace, proporrò a loro i miei infiniti quesiti insensiti e attenderò paziente la soluzione. nel frattempo mi gratterò la pancia o il cranio, così sepolto e irraggiungibile che sarà la mia ginnastica. sarà come affacciarsi alla finestra solo a spostarli appena e diventerò una poetessa. talmente maledetta che lassòtto gli occhi gireranno a una velocità supersonica. e sembreranno sempre in procinto di gettare fiumi di lacrime. ma nessunò se ne potrà accorgere. e comunque il cappellino non mi starà mica. dunque sarò soltanto miss trozzo e l'attestato sarà un mattone, mi stringerò la mano con lo schiaccianoci e me lo tirerò in testa. i ricci rideranno di lui e di me e si congratuleranno per la poca accortezza o per l'accorta pochezza. diventerò brava a celare. ma soprattutto non sarà più una mia decisione. ma soprassopratttutto non mi dovrò più inventare sotterfugi per rifuggire dalle fughe. mi libererò di me e dei miei pudori, saranno tutti colori pastello senza quel profumo di cera bambina. e tratterrò gli odori di soffritti, gelsomini, sigarette, inchiostro, salvagenti, creme di donne, carry e incenso. si mischieranno incontrollati e sorprendenti. non si vedranno più le mie sopracciglia contratte nelle foto. dimenticherò gli specchi. sarò bellissima nuda e allegrissima nei maglioni e nei pantaloni colorati.
i miei capelli mi proteggeranno dalle intemperie e dalle cattiverie. i miei capelli mi terranno il posto caldo quando io mi allontanerò un po'. i miei capelli saranno così folti e voluminosi da diventare così importanti da farmi dimenticare di me.

postato da: curlysurly alle ore 00:30 | link | commenti (6)
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lunedì, 03 luglio 2006

innocuous illness

 
...credevo l' incertezza possibilità e il dubbio assiduo l' unica ragione...
 [credevo il non-sense possibilità e l'ironia brutale l'unica ragione]
 
(se ora riuscissi a fare ordine tra le immagini dei romanzi che ho letto e che si accalcano sovrapponendosi, che mi confondono, che mi angosciano ogni momento)
cosa c'è? cosa volete?
(se ora capissi o volessi capire quello che tutto mi sta suggerendo)
parlate più forte, levatevi dal sole.
(se ora, come sempre, non sentissi di dovermi attaccare a un romanzo per fare chiarezza, se non sperassi, come sempre, di essere salvata da quattro PAROLE messe in fila)
cercherei dalla Nin, ora.
 
se ora cazzo qualcuno venisse ma davvero a trovarmi e dirmi tutto quel che c'è da dire e carezzarmi e schiaffeggiarmi pam
dio, un ragazzino biondino, la madonna, la nin in persona, un martello sbam
se mi tappasse la bocca mi strappasse le ultime parole che mi sono rimaste toh
le facesse svolazzare saltellare rotolare disporre in combinazioni buffe alè
se venisse e mi abbracciasse mi vomitasse addosso ma qualsiasi cosa
se venisse e mi colorasse il naso finalmente di rosso fucsia
se venisse e giocasse a pallacanestro con la mia testa
se venisse e eliminasse i miei congiuntivi sbagliati
se venisse e mi portasse a spasso a cavalluccio
se venisse e mi mettesse in ordine voilà
 
un enciclopedia in 8 volumi voglio essere
cartacea numerata e illustrata.

postato da: curlysurly alle ore 21:53 | link | commenti (5)
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sabato, 01 luglio 2006

il siero della banalità

per raggiungere una vera metamorfosi è bene svuotarsi completamente

e nella mia lieve e angosciante ricerca di sensazioni estreme, oggi
vorrei provare a cibarmi solo di liquirizia e acqua.
per vedere com’è.
 
Lo scrivevo nell’aprile 2005 su dei quadretti 5x5, fitto, in rosso. Dovevo studiare poi, tenermi razionale, non fare penzolare brandelli, non aprire pori, e conservare teorie assurde su Devianza e Criminalità. Oggi, ancora, eviterò di incidermi la carne, inciderla davvero. E mi limiterò a stare davanti alla tv domenica alle 22.30.

postato da: curlysurly alle ore 16:20 | link | commenti (11)
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sabato, 17 giugno 2006

a chi dovrebbe somigliare Alberto per sembrare sano?

meglio una foto

di giorgia di mtv

o di giovanna d'arco?

Ma che davvero qualcuno possa pensare che il barbone solitario che sta gridando nella stazione di Bologna, inveendo contro donne immaginarie, non sia malato ci sembra davvero inaccettabile e frutto anch'esso di malattia mentale.

In realtà il barbone non è malato, ma deve essere malato. Perché? Cambierebbe forse qualcosa a considerarlo, che ne so, innamorato? Ne avremmo meno paura? Lo lasceremmo avvicinare con tranquillità? Certamente no. Innamorato o malato, il rapporto che abbiamo con lui non cambierebbe. E allora a che serve chiamarlo malato? A chi serve?

 

Certamente non a lui. Serve alla polizia ferroviaria per bloccarlo e per chiamare un'autoambulanza che lo porti in qualche reparto psichiatrico dove lo curino di questa sua malattia del gridare. Chiaramente se fosse solo innamorato, ciò non sarebbe possibile. Prelevare un cittadino che non ha violato alcuna norma penale e limitarne la libertà personale, sarebbe evidentemente un abuso, quando non un reato, se questa persona non fosse stata precedentemente definita come malata e bisognosa di cure.

 

E' paradossale, ma nessuna delle persone sensate impegnate a trattenere e strattonare il folle fuori dalla stazione, ha il benché minimo dubbio sulla liceità delle sue azioni. Al contrario ritiene questa violenza parte integrante di un processo di aiuto.

 

Il barbone deve essere malato perché solo così può essere curato.

 

Ma deve esserlo anche perché non può davvero voler fare quello che fa. Nessuno di noi se la sentirebbe di gridare in quel modo in una stazione. Non ci sembra una questione di coraggio, è semplicemente che non si può, non si deve, non ha senso. Possiamo gridare a squarciagola allo stadio o ai concerti, ma in una stazione si deve stare in silenzio o parlare con un tono adeguato. E poi, non si devono mettere in piazza le proprie questioni personali, la propria rabbia, la propria incapacità a vivere. Siamo considerati normali quanto più sappiamo comportarci nel modo corretto nei posti giusti.

 

In questa stazione in cui l'uomo grida sono passati assassini, psichiatri che hanno lobotomizzato loro simili, seguaci di Satana e cultori della razza ariana: nessuno di loro è stato fermato, nessuno di loro è mai stato considerato folle. Loro sanno come comportarsi, sanno cosa ci si aspetta da loro, si adeguano, non gridano. Ci siedono accanto e noi facciamo loro un sorriso.

 

Questa è la normalità. Niente a che vedere con il modo in cui funziona il nostro cervello. Tutto dipende dalla nostra capacità e dalle possibilità concrete che abbiamo di apparire normali. Non importa ciò che succede dietro questa nostra apparenza. Il segreto sta nel vivere normalmente ogni deviazione dalla norma.

 

Così possiamo portare ad esempio di malattia Alberto, che vuole strappare 10 milioni in piazza, e considerare perfettamente capace di intendere e volere Franco che truffa le vecchine dei soldi della loro pensione. Le azioni che tendono ad accumulare denaro o acquisire potere, sono considerate sensate, anche se possono essere, a volte, moralmente o penalmente condannate. Le azioni contrarie, invece, sono viste come frutto di squilibri mentali.

 

E' questo un criterio medico o scientifico? O non è piuttosto una scelta di tipo culturale?

Allo stesso modo possiamo beatificare Francesco d'Assisi per la sua scelta di povertà, e rinchiudere Alberto perché tenta di praticarla. Se i contemporanei di Francesco avevano ancora la decenza del dubbio e l'umiltà della loro ignoranza circa ciò che lo aveva trasformato così radicalmente, i familiari e gli amici di Alberto non hanno dubbi: Dio non gli parla, Alberto non vuole fare quello che fa, tutto questo è solo sintomo della sua malattia.

 

E' certamente possibile che sia così, ma è probabile che non lo sia. Dovremmo mantenere sempre un margine per il dubbio che l'altro abbia ragione, se non vogliamo passare sistematicamente dalla parte del torto. Del resto mi sento di poter affermare, dati alla mano, che il contrario della follia non è mai stata la ragione ma appunto il torto. Ha tragicamente torto chi pensa e pratica ogni sorta di invasione chimica, elettrica o chirurgica, nel corpo e nel cervello di Alberto pensando di farlo smettere di parlare con Dio. E' un torto ancora più grande distruggere la sua credibilità e la sua esistenza definendo le sue idee deliri, le sue percezioni allucinazioni, le sue scelte malattia.

Il comportamento di Alberto può apparirci insensato, e certamente lo è per coloro che gli stanno intorno, ma è una possibilità umana praticata da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Il fatto di essere vista come una scelta di liberazione personale o come una grave malattia mentale dipende esclusivamente dal contesto familiare e microsociale in cui si è inseriti. Mi chiedo, se Alberto, invece di strappare i suoi soldi, li avesse regalati ad uno dei familiari che ora si affrettano a chiamare la polizia psichiatrica per fermarlo, avrebbe iniziato la sua carriera psichiatrica? Forse sì, ma probabilmente no.

 

E che dire delle migliaia di persone che rinunciano a tutto per entrare a far parte di congregazioni religiose, donando i loro averi alla comunità? Scelta osteggiata senz'altro, incomprensibile per i più, ma non di dominio psichiatrico. Forse Alberto è pazzo per la drammatizzazione che ha fatto della sua scelta? Avesse semplicemente versato i suoi dieci milioni sul conto corrente di qualche associazione umanitaria, ci sarebbe sembrato più sensato o meno malato?

 

Le vie della psichiatria sono infinite. Si può essere accusati e rinchiusi in manicomio criminale, come è successo ad un esponente dei Verdi, anche con diagnosi di altruismo morboso. Non c'é modo di sfuggire alla nostra cattura e normalizzazione forzata. Ma a chi dovrebbe somigliare Alberto per sembrare sano? Basterebbe che investisse i suoi soldi nel traffico di eroina per non essere più considerato un malato di mente ed acquistare un ruolo sociale attivo e significativo.

 

Non è un ragionamento paradossale quello che propongo, ma il paradosso in cui viviamo e che chiamiamo normalità. E' forse vero il detto che dice che chi non perde la testa in certe situazioni, probabilmente non ha una testa da perdere. Questa è la situazione che interessa la maggiorparte delle persone fra noi che si considerano o sono considerate sane di mente.

 

L'incoscienza è una condizione tipica della normalità più di quanto non lo sia della follia. Come spiegare se no il fatto che i sensati familiari e amici di Alberto, sempre pronti a rilevare ogni suo deragliamento dalla logica corrente, per anni non abbiano visto l'insensatezza delle pratiche terapeutiche a cui veniva sottoposto. Per decenni abbiamo permesso che i nostri cari fossero legati sui tavoli e mandati in coma con l'insulina senza battere ciglio, totalmente incoscienti del fatto di votarli a sicura morte civile, se non fisica, dentro i manicomi.

 

L'incoscienza è ciò che guida la nostra vita sensata nel mondo. Se fossimo sempre coscienti della nostra morte, ad esempio, troveremmo ancora sensato costruire case, accumulare ricchezze, leggere o scrivere libri? Tutto questo nostro normale darci da fare non è forse un enorme gioco per distrarci dal fatto che dobbiamo morire? Cosa ne sarebbe delle nostre regole, delle nostre leggi, della nostra morale, se fossimo coscienti di essere inevitabilmente votati a finire?

 

L'incoscienza ci salva dalla disgregazione personale e sociale: per questo, forse, reagiamo con tutta questa insensata violenza nei confronti di Alberto. In qualche modo sentiamo che seguirlo nel suo ragionamento ci espone al rischio di perdere noi stessi, la nostra identità sociale, il senso del nostro stare al mondo.

 

In realtà nessuno di noi riuscirebbe a trovar il benché minimo valido motivo per convincerlo che è insensato distruggere i propri risparmi piuttosto che accumularli. Così come non troverebbe alcuna argomentazione sensata per convincere Nino che è normale ciò che io sto facendo e, cioè, scrivere di lui al riparo di queste quattro mura, e anormale andarsene in giro, come fa lui, ad inseguire l'Aquila. Non solo. Rischierebbe che Alberto o Nino lo convincano a lasciar perdere le sue sicurezze e a seguirli.

 

A differenza che in Francesco d'Assisi, né in Alberto, né in Nino, c'é alcuna velleità a metterci in discussione o a trasformare la nostra vita. Il pericolo che loro rappresentano non è frutto di un attacco cosciente all'ordine mentale e sociale in cui viviamo. E' la loro stessa esistenza che mette in pericolo quell'ordine: che chiede che esso venga ridiscusso. Un po' come la presenza degli extracomunitari ci spinge a trovare nuovi equilibri, identità e regole di convivenza.

 

La normalità è incoscienza. La stessa normalità e la stessa incoscienza che avevo impressa nella mente e nel corpo la mattina di 15 anni fa in cui lasciai la mia prima orma invisibile in un manicomio.

 

Posso ancora sentire il clamore dei miei pensieri. Pensieri, parole e omissioni, che da allora ritrovo nelle centinaia di persone che ho incontrato e che chiedono, criticano, si confrontano, insultano e si disperano con me. Non ero diverso da loro. Non ero diverso dai familiari di Alberto, non ero meno incosciente, e, certamente, non avrei saputo fare di meglio. Il mio immaginario non era meno confuso del loro, le mie paure non erano meno intense delle loro, i miei pregiudizi non mi rendevano meno cieco di loro.

 

Ero dissociato. La mia mente afferrava pienamente l'insensatezza di affidare ad alcuni (gli psichiatri) il dovere e il potere di definire e controllare i nostri pensieri, le nostre scelte e i nostri comportamenti. Sentivo in ciò il rischio concreto di un totale e cieco arbitrio da parte della psichiatria. Sapevo che un manicomio è l'ultimo posto in cui un uomo, qualsiasi cosa sia successa nel o del suo cervello, può trovare conforto. Credevo che una persona, anche contro tutte le apparenze, è sempre viva e cosciente di ogni cosa gli accade.

 

Allo stesso tempo non riuscivo a staccarmi di dosso la paura di ciò che quegli uomini e quelle donne, una volta liberi dai legacci o aperte le porte avrebbero potuto fare di loro e di me. Mi ripugnava l'idea che esseri umani potessero finire i loro giorni in luoghi come questi ma, pensavo, se c'erano qualche motivo ci doveva pur essere. Il trattamento era certo sbagliato ma quegli uomini e quelle donne erano sicuramente fuori di sé e andavano condotti alla ragione, con dolcezza e buon senso certo, ma andavano fatti ragionare. Non so cosa era successo loro, e probabilmente non mi interessava saperlo, mi bastava trovare un modo per convincerli dell'insensatezza delle loro affermazioni e, quindi, per fare in modo che accettassero la realtà.

 

Non c'era in me, o almeno io non lo vedevo, alcun intento terapeutico o educativo: molto più semplicemente vedevo in questa loro diversità la causa della loro sofferenza e del loro internamento. Se avessero smesso di dire le cose che dicevano o di fare le cose che facevano, allora sarebbero sembrate guarite e avrebbero potuto lasciare il manicomio e riprendere in mano la loro vita. Non pretendevo che smettessero di credere nelle cose straordinarie in cui credevano, ma solo che fossero così occupati (o si facessero così furbi) da smetterne di parlarne in pubblico e comunque davanti agli psichiatri.

 

Come altri anch'io sentivo la violenza implicita nell'addormentare le persone con gli psicofarmaci, nell'impedire loro di alzare la voce e nel renderli docili e ubbidienti anche di fronte alle regole più assurde e degradanti. Sentivo che non era una cura, constatavo che aldilà del cerimoniale medico, il fine che ogni somministrazione intendeva raggiungere non era guarire una qualche affezione, ma far smettere di sragionare il matto di turno. In fondo i medici usavano una scorciatoia, certo più inquinante e dannosa, per raggiungere lo stesso mio fine. Se quello che mi appariva come un problema (il pensare, parlare e comportarsi in modo non reale), veniva chiamato malattia dagli psichiatri, ecco che il confronto dialettico che io cercavo col folle, sicuro di riuscire a dimostrargli la realtà della realtà, poteva essere sostituito efficacemente dalla somministrazione di droghe che curavano nel momento stesso che impedivano alla persona di comportarsi in maniera bizzarra o lo riportavano coi piedi per terra.

 

Sentivo in questa scorciatoia un che di tragico e inumano, ma non sapevo pensare ad altro se non 'sta meglio' di Giovanni che non mi parlava più del fuoco che lo divorava dall'interno. Dopo la cura appropriata Giovanni smetteva di condurmi in discorsi dove non avevo terreno su cui poggiare i miei ragionamenti e i miei schemi logici, confondendomi oltre ogni misura. Mi inquietava di meno, potevamo finalmente intavolare lunghissime e interminabili discussioni razionali sulla realtà dei suoi cinquantanni, del suo peso e dei miei capelli. Non dovevo più sdraiarmi per terra con lui, nel tentativo disperato di non lasciarlo punire dagli infermieri, mentre misurava a palmi la sala d'aspetto del reparto. E, cosa più importante, loro non erano più costretti a legarlo al termosifone per impedirgli ogni tipo di stranezze.

 

In realtà trovavo più accettabile che Giovanni fosse legato dal di dentro piuttosto che dover subire impotente il fatto di vederlo legato come un cane. Il mio bisogno di incoscienza era soddisfatto così e, del resto, per quanto mi sforzassi non ero riuscito mai a dissuadere Giovanni da nessuno dei suoi propositi.

 

Quel giorno, distesi per terra, osservando da quell'angolazione gli infermieri che ci guardavano curiosi e osservandomi coi loro occhi, mi aveva preso una strana inquietudine che non sapevo spiegarmi. La mia normalità era fuori discussione. Ciò che per Giovanni sembrava essere un fatto stramaledettamente serio e importante, per me era un gioco, qualcosa a metà fra l'accondiscendere e lo scendere strategicamente al suo livello per apparirgli più vicino. Molti nei secoli hanno giocato questo gioco. Qualcuno non si è più alzato. Io fra questi.

 

Non è possibile spiegare quello che ho visto quel giorno. Ma è come se il velo che copriva la mia coscienza si fosse squarciato e dalla nebbia ecco apparire il mio volto, il mio corpo, la mia identità. Ero lì, in piedi, accanto agli infermieri a giudicare, ridacchiare, guardare pietoso quella scena.

 

Non avrei accettato mai che qualcuno si prendesse gioco dei miei sentimenti e di ciò che avevo di più caro. Non avrei mai accettato i consigli e i suggerimenti di gente che disprezzavo o che mi teneva prigioniera. Non mi sarei mai piegato a rinunciare o negare le mie convinzioni. Non avrei mai permesso a nessuno di privarmi della mia libertà. Non sarei mai sceso a compromessi coi miei carcerieri neanche per aver salva la vita.

 

Era questo che muoveva l'insensata resistenza di Giovanni. Era questa familiarità che sentivo fra la sua lotta e la mia. Per la prima volta, ma mi succede ancora adesso quando entro in un reparto o in una struttura psichiatrica, sentii quale crimine contro la mia e altrui umanità possa essere, a volte, l'essere o il sentirmi normale. Capii, e questa consapevolezza non mi ha mai abbandonato, che avevo più cose di cui vergognarmi nella mia normalità di quante non ne avesse Giovanni in cinquantanni di autentica vita da folle. Se non altro perché lui non aveva mai mascherato i suoi sentimenti e le sue intenzioni, non aveva mai tentato di cambiare la mia vita, non aveva mai provato a convincermi, né gli era mai sfiorato l'idea di obbligarmi a misurare la mia libertà a palmi.

 

Non so se Giovanni mi abbia mai disprezzato. So che io lo avrei fatto al suo posto.

 

Non so se a chi legge sia mai capitato di far visita a qualcuno in un reparto psichiatrico. Vorrei che provasse a rivedere ogni scena con gli occhi di chi vi è internato. Provate ad immaginare di essere il ragazzo magro, intontito, che vi assale alla ricerca di una sigaretta. Provate a sentire su di voi l'impatto tremendo, lacerante della vostra espressione di paura o di disgusto, il vostro ritrarvi, il vostro tirare diritti. Provate ad immaginarvi in fondo al corridoio, oppure costretti in un letto, vedere aprire e chiudere la porta del reparto e non poter chiedere aiuto, oppure farlo e sentire che la voce non esce o nessuno ti sente o ti capisce. Provate a sentire le voci gentili dei visitatori mentre si scambiano cortesie con l'infermiere che ieri vi ha legato o costretto a inghiottire con la forza le medicine. Provate a sentire l'odore di libertà e normalità che emana da quei vestiti, la sicurezza del passo, i sorrisi che si scambiano. Provate a immaginare la disperazione nel sentirvi dire che dovete rimanere la dentro ancora un altro giorno. Cos'é in fondo un altro giorno... per noi che ci chiudiamo la porta alle spalle? Un niente. Forse, ma proviamo a pensare come ci si possa sentire a restare un altro giorno, anche uno solo, all'inferno, soprattutto se sai che non è detto, non è scritto da nessuna parte, non c'é nessuno obbligo per i medici di farti uscire domani.

 

La psichiatria ci ha abituati ad ogni sorta di crudeltà. Sappiamo che nei manicomi le persone venivano tenute legate ai letti o alle inferriate per mesi. Ricordo che Nino mi raccontò di essere rimasto solo tre giorni legato per punizione. Solo tre giorni pensai, poco male, ti è andata bene. Nino ha imparato in manicomio a non sprecare parole e spesso mi risparmia l'esperienza di capire quanto possa essere crudele la mia normalità. Quel giorno disse solo: "Tre giorni sono un'eternità" . Non ci fu bisogno di aggiungere altro.

 

Non rimasi a lungo su quel pavimento. A un certo punto la mia dissociazione si fece insopportabile. Avevo bisogno di rientrare nel mio stato ordinario di incoscienza e ricompormi. Sentivo che la mia sensatezza e lucidità erano più utili in quel momento per Giovanni, di qualsiasi mio creativo e liberatorio colpo di testa. Non posso dire se questa fosse la motivazione autentica che mi muoveva o non fosse, più semplicemente, un modo per accettare la mia mancanza di coraggio, fatto sta che diedi la mano a Giovanni e lui, per la prima volta, la seguì fino alla posizione eretta.

 

Cos'é che fino a quel punto mi aveva fatto misconoscere che fra me, Giovanni e le centinaia di altre persone imprigionate in quell’inferno c'erano somiglianze oltre che differenze? Cos'é che aveva potuto rendermi così cieco da non capire che Giovanni stava solo difendendo le sue idee, la sua vita, la sua libertà, da un attacco e da un aiuto che non aveva richiesto? Cos'é che mi aveva mai potuto convincere che ci fosse una differenza fra ciò che avevano fatto i tribunali della Santa Inquisizione con le streghe o i Romani coi primi cristiani, da quello che veniva fatto in quel luogo? Non era tanto il fatto che avrei dovuto capire che tutte e tre fossero chiaramente forme di persecuzione ai danni di esseri umani non consenzienti, quanto piuttosto il fatto che non avevo capito come questa persecuzione non fosse considerata tale in nessuno dei tre casi da chi la praticava e come avesse un unico e identico scopo: far ritrattare a ciascuno le proprie idee, credenze o pratiche, considerate illegali, immorali, blasfeme, demoniache o...malate.

 

Ecco. Ogni volta che tentavo di dialogare con gli infermieri o gli operatori del reparto per tentare di far intravedere le ragioni di Giovanni, loro mi guardavano come chi sta perdendo tempo dietro fantasticherie e filosofie utopiche. Sembrava un paradosso, ma quegli uomini e quelle donne non l'avevano mai ascoltato: solo guardato a vista. Erano capaci di elencarmi tutte le infrazioni all'ordinato vivere del reparto, anche lontane negli anni, ma non sembrava che avessero mai seguito uno solo dei suoi discorsi o ascoltata una sola delle sue lamentele o richieste. Essi guardavano le sue parole o i suoi pensieri come stavano a guardia delle sue azioni. Guardavano solo se quelle parole e quei pensieri andavano inserite nel gruppo dei sintomi della categoria del miglioramento o del peggioramento. Cosa dicesse, a chi e perché, sembrava non interessarli.

 

Del resto gli psichiatri pretendono di curare una malattia: e si sa le malattie non guariscono con la conversazione. Sono malattie nella misura in cui sembrano non subire l'influenza decisiva dell'ambiente esterno. Così in psichiatria, contro ogni evidenza, si nega che queste influenze esistano, per affermare che ci si trova di fronte ad una malattia. L'esistenza della malattia mentale, così come l'individuazione dei malati, è una semplice dichiarazione verbale, un atto di fede e non una realtà scientifica. Alcune persone sono convinte in assoluta buona fede che ogni nostra deviazione dalle norme comportamentali e dall'ordine mentale che definiamo di volta in volta normale, sia frutto diretto di cambiamenti biochimici che avvengono nel nostro cervello. Se Giovanni non fosse malato, se il suo cervello funzionasse normalmente, egli non si opporrebbe al fatto di rimanere chiuso nel reparto psichiatrico. Ma chi fra di noi, che ci autodefiniamo sani di mente, lo accetterebbe? Nessuno. Allora perché non considerare il rifiuto delle cure come un sintomo di sanità piuttosto che di follia?

 

Del resto se si dà una breve occhiata alle cure che i pazienti psichiatrici hanno fin qui insensatamente rifiutate, come possiamo non essere d'accordo con loro? Chi di noi si sarebbe fatto tranquillamente legare ad una ruota e girare vorticosamente; chi avrebbe subito frequenti e improvvise docce fredde; chi si sarebbe sentito curato da un'iniezione infetta di malaria; chi avrebbe visto nella castrazione un rimedio medico alla tremenda deviazione mentale costituita dalla masturbazione; chi avrebbe acconsentito alla 'terapia di annientamento' con elettroshock, come opportunamente la chiamavano i suoi stessi fautori, per riaversi da un insensato desiderio di morire; chi avrebbe chiamato cura l'asportazione o la distruzione chirurgica di parte del suo cervello? Forse nessuno di noi. Gli psichiatri invece hanno chiamato tutto questo terapia e la corporazione medica internazionale ha sancito il valore di questa loro ricerca con il nobel al dr. Egas MONIZ, sperimentatore della lobotomia.

 

La malattia mentale, in breve, era (ed è) ciò che accecava quegli uomini e quelle donne all'apparenza umani, trasformati in aguzzini e carcerieri dei propri simili, nella più totale incoscienza. La stessa cosa accecava me. Non vedevo Giovanni come un uomo che parlava, ma come uno malato che delirava. Le cose che diceva mi sembravano importanti soltanto nella misura in cui mi indicavano se stesse cambiando idea o meno. Non erano parole ma cose. Se si versava un secchio d'acqua gelata sopra il capo per spegnere il fuoco che lo stava divorando, non sentivo il dolore, l'angoscia, la sofferenza che lo attraversavano. Cercavo di spiegargli che non c'era alcun fuoco e che quell'acqua reale non avrebbe potuto spegnere quella che era solo una sua allucinazione. Facevo, forse per l'ultima volta, l'errore (e l'orrore) di non capire che non esistono percezioni reali e allucinatorie: tutte le nostre percezioni sono costruzioni dei nostri sensi. Che ci sia o meno il fuoco che vedo (ovvero che altri lo vedano o meno), io sto bruciando davvero in entrambi i casi. L'unica cosa che paradossalmente intuivo, è il fatto che con tutta probabilità non si può spegnere alcun incendio del tipo che divorava Giovanni con l'acqua gelata dei rubinetti di qualsiasi manicomio o reparto psichiatrico del mondo, così come non si possono far arrestare dalla polizia le persone che ci parlano dai muri o dagli elettrodomestici, né chiudere fuori dalla porta un angelo. Le porte, l'acqua dei rubinetti, la polizia, le manette, i muri sono costruzioni collettive e condivise che stanno cioè su uno stesso piano di realtà. Il fuoco di Giovanni, come le voci o l'angelo stanno, con tutta probabilità, su un altro piano, costruito dai nostri sensi e, quindi, reale, ma non condiviso. Tornerò su questo.

 

Se tutto ciò di cui ero capace era questa tragica e cieca incomprensione, a Giovanni gli esperti riservavano un trattamento ancora più insensato. Lui, arso da quel fuoco invisibile, veniva legato al termosifone. Ed era già una fortuna che non avessero pensato, come in passato, di vincere il fuoco con il fuoco, il terrore con altro terrore, provocandogli degli eccessi febbrili o attraversandolo con l'elettricità.

 

Legato a quel termosifone, Giovanni ci divertiva con i suoi giochi di parole. Gli infermieri erano in realtà gli infermi di ieri, oggi promossi a ruolo di carcerieri.

 

Ma il suo capolavoro di critica all'istituzione, alla barbarie, alla stupidità di tutti noi, era quando ripeteva ossessivamente, rivolto all'assistente sociale del reparto: "Signora Leonardi! Signora Leonardi!" Dava a quella donna sfuggente il suo cognome, sembrava implorarla. Lei sorrideva e commentava il fatto come un sintomo chiaro di delirio sessuale. Sicuramente quell'uomo credeva o desiderava che lei fosse sua moglie e, per fortuna, era sotto controllo.

 

E del resto sembrava proprio così. Ad essere sincero non riuscivo a capire, e mi sembrava paradossale quel suo modo di fare. Non riuscivo a sentire le sue parole, non ero in grado di ascoltarle.

 

Letizia, che con me in quei giorni esplorava quel mondo impossibile e che forse era l'unico essere umano che si aggirava in quei paraggi, un giorno scosse la mia sordità. Mi disse ascolta, senti che dice Giovanni. Lui come per venirmi incontro cominciò a scandire: "Signora Leonardi! Signora Leonardi!". Improvvisamente afferrai il mistero. Smisi per un attimo il tentativo di interpretare o di cercare le prove della sua follia in ciò che diceva, e ascoltai. Presto tutto divenne chiaro. Non sragionava, né rappresentava verità interiori o desideri inconfessabili, semplicemente denunciava: "S'ignora Leonardi! Si ignora Leonardi!"

 

Credevo di stare dalla parte della ragione, e invece mi ero messo di nuovo dalla parte del torto.

 

Fra le tecniche di resistenza attiva alla violenza psichiatrica, la parola è quella che tocca di più il cuore del problema. Si può dire che gli psichiatri temono di più quello che una persona può dire, piuttosto che quello che può fare. E' se si vuole l'esatto contrario di ciò che avviene nella vita sociale. Ognuno di noi, credo, sarebbe disposto anche a lasciar vivere e a riconoscere il diritto delle persone a costruirsi la vita che vogliono, a credere nelle cose più strambe e a vestirsi come gli pare, se queste stessero al loro posto e non invadessero il nostro spazio vitale. Se non per una cosciente tolleranza e solidarietà, quantomeno per una sana e chiara indifferenza. Se non mettessero in pericolo la nostra incolumità fisica, la nostra serenità mentale o i nostri beni, molto probabilmente non muoveremmo un dito per tentare di curarli, li lasceremmo a loro stessi facendo forse l'unica cosa sensata che va fatta quando non riusciamo, non vogliamo o non ci interessa comprendere qualcuno.

 

E' quello che Giovanni ha fatto (o che gli altri temevano potesse fare) ad aver convinto i suoi a chiamare la polizia psichiatrica e internarlo. E' quello che dice però che determina il fatto che venga rimesso in libertà. Se accetta di sentirsi e di essere malato e di avere, di conseguenza, bisogno di quelle cure, egli verrà giudicato migliorato e potrà sperare in una sua dimissione in libertà vigilata. Se insiste a ritenere arbitraria la sua carcerazione e a rivendicare il suo diritto alla libera comunicazione e al movimento, le sue condizioni verranno definite gravi ed egli verrà sottoposto ad un inasprimento delle misure restrittive.

 

Il dr. Mandalari, psichiatra e primo direttore del manicomio di Messina, già nei primi anni del '900, vantava una media di guarigioni del 40%. Le terapie sperimentate in quegli anni andavano dall'applicazione di sanguisughe all'inoculazione della malaria, dall'isolamento alla camicia di forza, dalla castrazione all'asportazione delle ovaie, e ad altre torture del genere. Il 40% delle sue vittime guarivano e non tornavano più per un altro ciclo di terapie. Credo che percentuali del genere siano simili alle percentuali di quanti, fra coloro che sono stati vittime della tortura, in diverse epoche storiche e sotto ogni forma di regime totalitario, hanno tradito se stessi, rinnegato le loro idee e accettato le idee dei loro torturatori.

 

Di fronte al potere della psichiatria non possiamo fare molto, anche se ciò che c'è da fare non è poco. L'infermiere che fa sparire dal reparto in cui lavora le fasce di contenzione, fa certamente qualcosa di concreto per limitare la violenza psichiatrica. Così come faceva Fiorenzo quando si lanciava a picchiare medici e infermieri nel tentativo impari di difendere i ricoverati trascinati a forza e con violenza nel reparto. Chi si sente di condannarlo dovrebbe provare a spiegarmi cosa farebbe lui al suo posto. Molti di noi credono di avere a che fare con persone sensate quando pensano agli operatori dei reparti psichiatrici. Persone con cui Fiorenzo potrebbe parlare e spiegare le sue ragioni. Lo pensavamo anche del Dr. Mandalari, del Dr. Cerletti sperimentatore dell'elettroshock, del Dr. Moniz, già citato premio nobel per la medicina, e del Dr. Coda, psichiatra torinese che usava dialogare coi suoi pazienti applicando gli elettrodi ai loro testicoli.

 

In realtà, per quanto possa sembrare paradossale, è proprio la volontà di esporre il proprio punto di vista a determinare l'intervento psichiatrico coattivo. I pazienti non possono avere opinioni o esprimere valutazioni su di sé o su gli operatori: essi devono solo condividere le opinioni e i giudizi dei loro terapeuti. Quando le opinioni degli uni e degli altri sono in conflitto, la questione viene risolta con la sedazione e la limitazione della capacità di pensiero e movimento del paziente.

 

Non deve stupirci per niente la frequenza con cui gli psichiatri riscontrano nei loro pazienti quel grave sintomo di malattia mentale che chiamano "atteggiamento autistico". Un atteggiamento di tal genere è prescritto, e si ritiene sia un loro dovere, ai prigionieri di guerra che cadono in mano nemica. E' così insensato pensare che una persona possa scegliere di non parlare con chi lo trattiene in un luogo in cui non vuole stare? La facoltà di non rispondere è un diritto sancito dalla legge. E' irrazionale scegliere di non rispondere perché certi che quello che si dirà sarà usato contro di noi?

 

Nel definire il comportamento di Giovanni autistico, gli psichiatri in realtà intendono dire che loro non sono i suoi carcerieri, né i suoi accusatori, ma dei medici che agiscono nel suo interesse. E' difficile però, se non impossibile, pensare ad una privazione della libertà più radicale del ricovero psichiatrico o a crudeltà più atroci di quelle che gli psichiatri, in oltre un secolo di storia, hanno elargito ai loro pazienti.

 

Questa violenza non si basa su un dato scientifico, ma su una convenzione linguistica. Affermando che esiste una malattia mentale, che Giovanni ne è affetto, che loro sono i medici deputati a curarla, legare Giovanni al termosifone non ci sembra un atto di violenza inumana, ma una forma di aiuto, quando non un atto necessario di forza maggiore.

 

La psichiatria non teme gli atti di forza dei suoi pazienti. Si è fornita negli anni di strumenti di controllo e di annichilimento sempre più sofisticati e incisivi. Teme di più che essi possano esprimersi, acquistare credibilità, svelare il segreto di pulcinella della psichiatria. Per questo la psichiatria ha diviso i suoi sforzi in due direzioni fondamentali: ricercare e sperimentare tecniche sempre più efficaci di controllo del corpo e della mente umani; elaborare teorie di invalidazione della soggettività e della libertà di scelta dei suoi pazienti.

 

Se avessimo ascoltato le sue vittime, invece di credere alla teoria della loro non coscienza di malattia, avremmo evitato un enorme mole di torti che non possono essere cancellati dalla nostra presunta incoscienza. Sentivamo Nino gridare mentre lo trascinavano nel reparto ma facevamo finta di non sentire quello che diceva. Antonio sarà scappato un centinaio di volte da quei reparti, veniva ricondotto alle cure, con le buone o con le cattive, in coma con l'insulina.

 

I loro familiari e amici si sentono tuttora innocenti e incoscienti, si giustificano che i medici dicevano loro che quella era la terapia giusta per loro. Certamente questi medici credevano in quello che facevano, certamente non era loro intenzione distruggere irreversibilmente il cervello e la vita di centinaia di migliaia di individui, certamente credevano di trovarsi di fronte ad una malattia e pensavano di curarla. Del resto quelle terapie funzionavano. Il Dr. Mandalari guariva i suoi pazienti, l'elettroshock rendeva le persone più ordinate, disponibili a obbedire alle disposizioni del personale, remissive e collaboranti, la lobotomia stroncava la loro aggressività, gli psicofarmaci permettevano di tenerli sotto controllo e esporli al pubblico. Se la malattia consiste in quello che io penso, dico o faccio, la terapia per forza di cose non potrà non assomigliare ad una punizione e usare atteggiamenti molto simili alla minaccia o al terrore.

 

La questione di far cambiare idea a qualcuno non è mai stata (e non potrà mai essere) un problema medico. Riguarda l'etica, la morale, la politica, la religione, il vivere civile, i sentimenti e quant'altro ancora ci coinvolge come esseri sociali. Definire le persone che non comprendiamo o le idee che non condividiamo malate, non le rende tali. Ciò che abbiamo davanti non è un fatto, ma una giustificazione che ci occorre per poter invalidare, negare e distruggere punti di vista alternativi ai nostri.

 

L'unica prova che abbiamo circa la realtà di una tale malattia è il fatto che gli psichiatri affermano la sua esistenza. Dobbiamo credere loro sulla parola. Possiamo anche farlo. Ma se guardiamo poi ai fatti, scopriamo che, paradossalmente, il ragionamento psichiatrico è del tutto simile a quello da loro stessi stigmatizzato come malato…

 

Mi viene in mente un ragazzo finito in psichiatria con l'accusa di delirio mistico e schizofrenia. Questo ragazzo affermava di essere stato scelto da dio per liberare la sua casa da tutte le energie demoniache che se ne erano impossessate. Questa idea non aveva allarmato più di tanto i suoi familiari fino al giorno in cui aveva deciso di coinvolgere nei suoi riti di esorcismo l'intera famiglia. Tutti dovevano stare svegli in certe notti, girare in un certo modo intorno al tavolo, lavarsi spesso, recitare delle preghiere... Chiaramente per i suoi familiari, poco inclini a credere alle correlazioni fra la cattiva sorte e le influenze soprannaturali, tutto ciò diventava motivo di profondo stress e di minaccia. Il ragazzo, da parte sua, interpretava ogni loro resistenza come prova dell'influenza del maligno che si era impossessato di loro. A questo punto le sue preoccupazioni e l'urgenza di intervenire diveniva pressante e sentiva che doveva agire subito anche contro la volontà dei suoi familiari. La loro volontà del resto era ottenebrata da Satana e loro non erano più coscienti di sé.

 

Il conflitto nato fra di loro, fu momentaneamente risolto dall'intervento dei vigili urbani e dal ricovero in psichiatria. Era lì ancora quando me ne parlò la psichiatra che lo aveva in cura.

 

Mi succede spesso, da quando ho rotto l'omertà su cui si fonda l'arbitrio psichiatrico, che psichiatri mi propongano ogni tipo di stranezza come prova dell'esistenza della malattia mentale, sfidandomi al contempo a dare una lettura diversa e soprattutto un'alternativa pratica alla loro azione di contenimento e cura. Naturalmente a me sembrava sensato quanto il ragazzo aveva fatto e riuscivo ad afferrare anche i termini insostenibili del conflitto che si era creato fra lui e i suoi familiari. Ma in quel momento ciò che mi parve paradossale fu la somiglianza inquietante fra la logica del curatore e quella di colui che doveva essere curato.

 

Tutti e due partivano da un assunto di fede: io sono inviato da dio, diceva il ragazzo; io sono un medico esperto nella cura della malattia mentale, diceva la psichiatra. Ambedue credevano fermamente di poter spiegare ogni cosa succedeva in quella casa a partire da questa competenza. Tutti e due avevano individuato ciò che determinava il disagio (il demonio, la malattia mentale). E soprattutto, ambedue credevano di dover agire contro la volontà degli altri, ritenendo prova sufficiente della loro ipotesi il fatto che gli altri si opponessero al loro aiuto. In altre parole se il ragazzo meritava di essere internato e punito perché, a partire dall'esercizio delle sue idee, aveva invaso la sfera di libertà degli altri, obbligandoli a sottostare a limitazioni pesanti nella loro vita sociale; allo stesso modo la dottoressa aveva limitato la sua libertà e invaso la sfera della sua intimità per esorcizzare una malattia che aveva per il semplice fatto che negava di avere.

 

Tutti e due, coscientemente e in piena buona fede, pensavano di fare del bene agli altri, di aprire la loro mente alla verità. Ambedue non trovavano d'accordo le loro vittime.

 

Cos'é che faceva di uno un delirio e dell'altro un intervento terapeutico? Non pensiate esista una risposta sensata a questa domanda. L'unica vera differenza fra i due sta nel diverso ruolo e potere sociale di ciascuno. Non ci sono più prove dell'esistenza della malattia mentale, infatti, di quante ce ne siano dell'esistenza di Satana. Ma se gli uomini sono liberi o meno di credere all'esistenza del demonio, nessuno di noi è libero dal rischio di essere definito malato di mente.

 

Buon senso vorrebbe che noi difendessimo il diritto delle persone di sottrarsi ad ambedue gli obblighi e le violenze. Niente se non le nostre opinioni e i nostri pregiudizi, ci autorizza a scandalizzarci per quello che il ragazzo fa e ad approvare quello che a lui viene fatto.

 

Quel ragazzo probabilmente ha torto, ma sicuramente ha ragioni per credere a ciò in cui crede. Allo stesso modo in cui la dottoressa ha torto a definirlo malato, ma ha le sue ragioni per farlo. Ragioni non di ordine medico, s'intende, ma morale, etico, religioso, personale... Sente l'obbligo morale e il dovere professionale di liberare quelle persone dall'incubo e dal pericolo costituito dal ragazzo, sente di dover dare una risposta alla loro richiesta di farlo smettere di turbarli e perseguitarli con le sue idee.

 

Nelle famiglie in cui, per tradizione e cultura, si crede all'influenza del soprannaturale sugli eventi della propria vita quotidiana, le idee e i comportamenti del ragazzo sono perfettamente riconoscibili e nella norma. Esse vengono considerate opinioni valide e vengono discusse, approfondite e gestite collettivamente da tutta la famiglia. In famiglie del genere non solo l'incoscienza di malattia è familiare, ma non c'é alcuna malattia mentale, pur presentandosi tutti gli elementi che permetterebbero ad uno psichiatra di formulare questa diagnosi se solo qualcuno richiedesse il suo intervento.

 

Se fossimo davvero nel campo della medicina, sarebbe come dire che un medico possa riconoscere il raffreddore quale malattia da curare solo se la persona disturba, con i suoi sintomi, il sonno o la quotidianità dei suoi familiari. Tutto ciò non per una mancanza di interesse della psichiatria che, al contrario, è interessata alla diagnosi di tutte le manifestazioni umane, ma piuttosto per il fatto che quelli che sono definiti essere i sintomi della malattia mentale non sono processi biologici o alterazioni fisiche, ma problemi che le idee, i pensieri e le azioni di certi individui provocano ad altri.

 

Giovanni, ad esempio, era malato anche perché il giorno che arrivò in manicomio, aveva con sé, mi dissero, una sdraio e un libro di poesie di Neruda. Il suo comportamento e le sue richieste erano incompatibili con il regime ospedaliero e con il lavoro degli operatori. Ciò che in qualsiasi luogo di villeggiatura o di riposo sarebbe stato considerato normale, in quel luogo diventava sintomo e prova delle sue manie.

 

Posso capire questo modo di sragionare perché per molto tempo è stato il mio. Quando entrai in manicomio mi sembrava molto stravagante, se non inquietante, il fatto che ci fossero degli individui, definiti laceratori, che facevano a pezzi gli indumenti che gli infermieri li obbligavano ad indossare. Questa era senz'altro una cosa che mi lasciava interdetto. Non sapevo pensare ad altra causa per questo comportamento, se non ad una profonda alterazione mentale. Era lo stesso sgomento che ci provoca, ad esempio, vedere un uomo oltre una siepe andare in tondo imitando una chioccia.

 

In quest'ultimo caso quell'uomo è un etologo, e l'esempio è quello reso famoso dall'antropologo Bateson per spiegare una verità elementare che da sempre sfugge agli psichiatri. La siepe nasconde i pulcini che quell'uomo si porta appresso per cercare di dimostrare la validità dell'ipotesi che vuole che esista una legge per cui, una volta schiuse le uova, questi riconoscano come madre la prima cosa o essere che vedono. La siepe ci impedisce di vedere il contesto in cui il comportamento dell'uomo si inserisce, mostrandocelo in un atteggiamento senza dubbio stravagante e inquietante.

 

Spesso non riusciamo a comprendere un evento o un comportamento perché ne nascondiamo gli aspetti più inquietanti con i rovi dei nostri pregiudizi. L'incomprensibilità che vedevo insita nel comportamento dei laceratori, allora era forse solo l'incomprensione attiva che io esercitavo nei loro confronti. Sono fermamente convinto che il nostro non saper che fare o pensare di fronte a certi comportamenti, non sia frutto di una nostra non competenza o dei nostri limiti di comprensione, ma piuttosto della scelta cosciente di non affrontare le contraddizioni in cui viviamo o i problemi che creiamo agli altri.

 

I laceratori sono uomini e donne scaraventate a forza in una prigione, privati dei loro vestiti, dei loro averi, della loro identità. Uomini e donne senza diritti, senza parola, senza futuro. Molti degli psichiatri che hanno diagnosticato questa forma di malattia mentale farebbero probabilmente di peggio se fossero chiusi nella situazione in cui hanno costretto queste persone. Quante possibilità ha un essere umano sensato di sopravvivere in un manicomio? Poche, e nessuna di queste può apparirci sensata. Non lo sono le poesie di Neruda di Giovanni, ma neanche la sottomissione di Luciano, non lo sono i laceratori o i sudici ma neanche i collaborazionisti, internati che scambiano qualche sigaretta o un'ora d'aria con il controllo dei loro compagni.

 

Probabilmente questi uomini e queste donne, ora laceratori, hanno, ad un certo punto della loro non vita manicomiale, scelto di cancellare in quel gesto ogni appartenenza al genere umano. Sono tornati ad esseri nudi, solo corpi senza storia, relazione, interiorità. Corpi animali non socializzati. In manicomio non si hanno vestiti ma divise. In psichiatria il vestire è un sintomo della sanità o meno di un individuo. Tanto più grave è lo stravolgimento dei canoni che regolano il modo di abbigliarsi, tanto più grave è la malattia mentale che esprime.

 

In realtà l'abbigliamento ha sempre rappresentato un ordine sociale e mentale. Nel vestirci noi indossiamo sempre una divisa e un'identità. Non a caso tutte le rivoluzioni personali, sociali, politiche passano anche per uno stravolgimento dei costumi. Il vestire ci distingue dagli altri animali e ci differenzia fra di noi. Ricchi, poveri, intellettuali e cafoni, uomini e donne, criminali e preti... ogni crisi di identità è una crisi nella cura che abbiamo di apparire così come ci si aspetta da noi. Ogni affermazione di identità passa attraverso le cose che indossiamo.

 

Il mio sgomento di fronte ai laceratori non era probabilmente diverso da quello che avrei provato nel trovarmi all'improvviso in un villaggio aborigeno. Certamente mi sarebbe venuta in aiuto l'idea di trovarmi comunque di fronte ad una cultura e, cioè, di fronte ad un ordine interiore e esteriore concluso e comprensibile. Cosa che mi veniva difficile, se non impossibile, applicare a quei corpi dispersi, in ordine sparso, nel manicomio.

 

I manicomi o i reparti di psichiatria, anche i più affollati, sembrano essere i luoghi preposti alla distruzione di ogni relazione e comunicazione interumana. La convivenza forzata e l'istinto di conservazione, impongono a ciascun internato di cercare di ritagliarsi un suo spazio e a distanziarsi il più possibile, psicologicamente e fisicamente, dagli altri ricoverati. Ciò spiega in parte perché la resistenza attiva dei ricoverati verso i loro carcerieri è quasi sempre disperatamente individuale. Non ho notizia di rivolte collettive dentro i manicomi. E' possibile che ce ne siano state, ma sicuramente non nel numero e con la frequenza che ci aspetteremmo facendo riferimento alle condizioni di vita in cui la psichiatria costringe centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

 

Questa resistenza passiva se da una parte rivela da quale parte stia la violenza e la pericolosità, dall'altra conferma l'idea che gli internati siano in fondo incoscienti delle condizioni in cui vivono, come lo sono della loro malattia. Se credessimo anche solo per un minuto che essi sono, come noi, esseri sensibili non accetteremmo per nessun motivo e a nessun costo che vengano internati e curati dalla psichiatria.

 

In qualche modo sentivo che i laceratori si mettevano fuori dal mondo della cultura, ne erano fuori, lontani da ciò che siamo capaci di descrivere con la parola o fare con il corpo. Ho incontrato proprio ieri Luciano che mi ha chiarito qual è la chiave di questi ed altri arcani: non è importante quello che tu sei capace di fare, ma solo quello che sei capace di sentire. Così è impossibile spiegare quello che fanno i laceratori, così come è impossibile trovare una qualche ragione ha quanto hanno fatto loro e di loro.

 

Nei reparti psichiatrici si perde il filo di tutto. Le ragioni, i conflitti, le contraddizioni, le paure... che hanno determinato l'internamento delle persone diventano realtà sempre più lontane e inesistenti, inascoltate e invisibili. Qualsiasi sia la ragione che ha portato lì quegli uomini e quelle donne, questa smette subito di aver un qualche valore o di spiegare alcunché. Il mondo della psichiatria è un altro mondo, le ragioni che normalmente usiamo per giustificare e spiegare le nostre scelte e il nostro comportamento non valgono, subiscono deroghe, sono ribaltate. Pensiamo normalmente che difendersi da un'aggressione sia un fatto istintivo e dovuto, in psichiatria questo è un sintomo di malattia: l'aggressione non è un'aggressione ma una terapia, l'aggressore non è un aggressore ma un medico, l'aggredito non è una vittima ma un malato.

 

I laceratori sono affetti da una strana malattia, sconosciuta come le altre malattie che gli psichiatri dicono di curare, tipica delle persone disperse in istituzioni manicomiali (o situazioni manicomiali). Che sia un effetto collaterale delle terapie che sono loro somministrate? Gli psichiatri li descrivono spesso come regrediti e deteriorati. Continuano a trattare ancora questi uomini come fossero dei pazienti affetti da una malattia che loro, nonostante i loro sforzi, non sono riusciti a curare. O almeno così vogliono farci credere. Dicono, invitati a spiegarci come fare a superare i manicomi che loro stessi hanno costruito e gestito, che le patologie degli internati sono tali che necessitano di strutture specialistiche e di ulteriori cure psichiatriche.

Cosa significa regrediti e deteriorati? Che si sono ritirati da ogni rapporto con la realtà sociale e umana. Ma in quale realtà vivevano e a contatto di quale umanità? Perché non chiedersi invece a quali risorse o perversioni mentali sia ricorso chi, in quella situazione, non è regredito.

 

Niente dentro i laceratori li poteva spingere così lontano da ogni realtà umana, quanto ha potuto fare il terrore, la violenza, l'umiliazione sistematica esercitata dai medici. Nessuna malattia neurologica poteva distruggere il loro cervello, la loro capacità di pensare e ricordare, come hanno fatto le terapie che sono state loro somministrate. Eppure tolleriamo ancora che gli psichiatri delirino di malattie, cure e alternative al manicomio.

 

Se i laceratori dovessero mai scegliere di tornare fra di noi, si troverebbero di fronte le stesse persone e le stesse ragioni da cui sono scappati e a cui non chiedono niente. Dovremmo imparare a fare anche noi così. Dovremmo guarire dalla nostra normalità.

 

Così 

"Se quanto ho detto sopra rivela la mia rabbia, la risposta è sì, sono furioso. Non osereste esserlo anche voi?" (COOPER D. 1977, pag. 71)


postato da: curlysurly alle ore 15:36 | link | commenti (12)
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mercoledì, 14 giugno 2006

voglio vivere nel sole

ma 1 + 1 = 2

le cose che non ti fanno più piangere. e ci provi pure a mettere su qualche canzone con tanti bassi. e fai partire quelle prime quattro tracce per decine di volte. fino a quando non hai comunque pianto. ma ti sei talmente stancata. che cominci a ribaltare le illusioni. cambi le carte in tavola anche se sei l'unico giocatore. confondi tutto perché sai che non è vero niente. e sono solo calzini. e l'orizzonte si mette a fuoco all'infinito. e l'aereo sembra fermo anche se va veloce. allora ti punti una stella e le dai nomi. e può essere chiara per giulio. può essere paolo per claudia. e non importa che sia sempre Venere, la stella più luminosa. e non i suoi boccoli, né i suoi occhi e le sue mani addosso. può anche essere la giustizia e la libertà per te. tanto poi sarai capace di chiamare i vincoli libertà di non essere altro, la tua calma la giustizia finalmente anche per te. una notte insonne più una mattinata frenetica sono due persone cancellate è una persona cancellata. un suo ma lo sai? più un suo ma proprio non? sono la tua noia e il tuo schifo. una frase insistente più un difetto di affetto sono due occhi che si fissano allo specchio. e ti darai altre infinite possibilità. anche di smetterla di voler esistere per forza. anche di non cambiare mai. ed essere per sempre così minchionamente ebete, rassegnata, cinica e bimba nel mondo caramellato. e cominci a trovare insetti dappertuttoe non ti viene da mandare nulla a fanculo, nemmeno te. e ti dai del tu e te ne freghi. e innalzi e rinforzi al posto di abbattere. e andrà comunque bene. come sempre. ché saprai comunque dare la colpa a te. ché ti farai queste idiote sedute autopsicanalitiche. e non dirai mai a chiare lettere che.

postato da: curlysurly alle ore 19:21 | link | commenti (3)
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domenica, 11 giugno 2006

pocas palabras grandísimas manos

chichimeca
Non riesco a studiare
non ci provo nemmeno da quasi una settimana
mi occupo solo della relazione
mi racconto che sto finalmente dando importanza alla qualità
trascurando la quantità.
Compilo moduli erasmus
se sbaglio li ristampo
cerco un sacco di esami da sostituire
li voglio scrivere qui
così quando sarò non sarà troppo difficile
mi concedo alla razionalità organizzativa
la mia personale Lesbia.
 
Esta espera me deshace
y no sé lo que espero
quizás un lugar donde nadie me conoce
desde hace más de una hora
Donde mi cara
es una grande sorpresa
y es sorpresa cada cosa
y quedarme a hablar de mí
con alguien que ni me entiende
y escucharlo hablar de cosas
que nunca ví.
 
Mi faccio comunque guidare dalle intuizioni
tutto quello che ha una forma che non siano parole
non ancora o forse mai
quel filo che trascina per strade sconosciute
che dribbla scorciatoie
che fa sbattere su una storia
su un cappello di paglia
su qualcosa che non sai sarà un ricordo
e anche se non lo speri
poi ti va bene lo stesso.
Accendo dunque persino la tv
e rido che è come ridere di me
perché anche con quello sono cresciuta
di Tunnel e di Il rosso e il nero
di thriller e di tgr.
Mi annodo i lacci delle scarpe ed
Esco
seria liquida attenta
la me migliore che ho
Incontra.
Y crecen crecen
mis flores en el invernadero
y no quiero perderme nada
No sé todavía lo que me falta
un hombre nuevo que me cuide
que robe las flores
de la tierra para mí una historia
que me llene la carne
sensaciones violentas moradas
pocas palabras grandísimas manos

postato da: curlysurly alle ore 22:14 | link | commenti (3)
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sabato, 10 giugno 2006

lilac wine

Conquistami inventami dammi un'altra identità
stordiscimi disarmami e infine: colpisci.

abbracciami ed ubriacami d'ironia e sensualità(leggermente apro brecce debolezze controllate guardo dritto negli occhi e stabilisco leggere simpatie per giocare sono ancora troppo dura e brutta)

A meno che

faccia un poco d'ombra tu.

A meno che

il sole non mi accechi più.

A meno che butti via le bussole,

bruci le mie bussole.


postato da: curlysurly alle ore 00:39 | link | commenti (1)
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mercoledì, 07 giugno 2006

Ascolta come il foglio si ribalta in capriole di luce, io

ti riconoscerò per questo.

 

A s c o l t a


guarda
come tutto si dilata
come scivola via l'appartenenza
come si abbandonano dentro casa le scarpe e i vestiti.
Ascolta
ardono
a spicchi
ragionevoli
paesaggi di mani

(Sulla punta delle dita sento)

 

Isabella Bordoni

Inchinata ora ad ora,

assalita e sempre colpevole,

mi lascia ferite tortuose che sono

questo desiderio che ho,

di ombra di luce.

Inchinata ora ad ora,

giorno e notte e giorno

e sempre colpevole,

sempre derisa,

sempre in cammino,

sempre in ritardo,

sempre sul principio di dire.

Inchinata ora ad ora

mai prima d'ora la squadratura della campagna mi era apparsa

così chiara,

o è solo forse che non lo ricordo,

ma è certo che già prima d'ora

avevo visto il mondo comporsi

per spessori di verde, semicerchi

nel finto qui dei tanti.

 

Vieni qui,

vieni qui, vieni qui nella spartizione equa.


postato da: curlysurly alle ore 20:26 | link | commenti (5)
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giovedì, 01 giugno 2006

jingle bells

foto di francesco macaluso

c h i e d i m i s e s o n o s t a n c a d i s o r r i d e r e s e m p r e.

anche se quello che vuoi, lo sai, è che ti chieda di ballare, sbattere petto su petto, restare senza fiato. appoggiata sulla spalla dondolare. cullata dall'odore della pelle per settimane sulle mani. nella pelle il suo peso. la seria leggerezza dell'ironia a farvi sentire eroi. affilare i sogni. graffiare via i segni. legarvi di simboli invisibili, elastici. a stringere i polsi. sentire il soffio del sangue che scorre. il battito delle ciglia. i tuoi capelli dappertutto a solleticare. la tua pancia che si gonfia in un canto stonato. sussurrarvi all'orecchio frasi-formiche che rimbombano per settimane. la telepatia che passa da dita incrociate. braccia a confondersi tra gambe, gomiti fronte scapole. le sue mani sui tuoi occhi a immaginare un po' più colorato, un po' più sfumato, un po' più delicato. i tuoi piedi sui suoi danzare goffamente. camminare in silenzio senza dover sfoggiare la tua bocca tesa. inghiottire poesia come corbezzoli appena staccati. restare meravigliosamente stupidi stupiti dalla maestà di radici secolari. storie fiabesche a dipingere i capelli. cappelli buffi a ornare teste. gli occhi nei tuoi, la sua mano racchiude le tue labbra a farle sempre più piccole. scomparire nel fantastico mondo delle polly pocket. non temere il dolore della forza di gravità. non sentirvi nemmeno un po' in colpa. e non sentirvi in colpa. nel buio farvi guidare da tutto quello che vi pare.

basterebbe un'intuizione e ti perdonerei di te. il tuo a liberarmi dal male.


postato da: curlysurly alle ore 22:20 | link | commenti (7)
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sabato, 27 maggio 2006

Desiderai fortemente che la sua faccia stesse per ore sullo schermo della tv, niente pubblicità né ospiti. Desiderai che raccontasse barzellette e aneddoti familiari, che ballasse e gesticolasse per ore e ore. Giurai che non mi sarei stancata.

Qualche settimana dopo ci fu l’ultimo del paradiso.

Io non volevo Benigni, e nemmeno la divina commedia, ma lo stesso continuavo a non capire se stessi sognando per quelle, quante?, tre ore. I miei sul divano dormivano.

 

Ora, non mi importa se nel sogno o per strada, se nelle pagine di diritto privato o affacciato alla finestra davanti a casa, voglio vedere la faccia di Travaglio mentre dice che se l’immigrazione è diminuita del 100 e passa per cento vuol dire che se ne sono andati quelli che c’erano già e anche quelli che non esistono.

Quella faccia.

Vedere sempre.

 

come nutella in ogni dito.


postato da: curlysurly alle ore 17:22 | link | commenti (3)
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